Intervista esclusiva a Jack Jones dei “Trampolene”: malinconia e dannazione

“Non morire e scrivere un nuovo album”, Jack Jones (frontman dei Trampolene) risponde in maniera piuttosto emblematica ad una domanda riguardante i suoi progetti futuri.

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Poeta maledetto? Generalizzazione che potrebbe ricadere in uno sfrontato cliché; Jack infatti esordisce come aspirante poeta, ma fonda nel 2013 i Trampolene a Swansea, città del Galles meridionale, sognando di plasmare in profondità i suoi ascoltatori segnandone la vita.

Affascinato dal suo spiccato idealismo, Pete Doherty lo invita in tour con i the Libertines offrendogli così l’opportunità di recitare finalmente le sue composizioni davanti al grande pubblico.

Di data in data Jack si immerge in un’esperienza selvaggia che prende vita in un furgoncino, quintessenza di un universo senza regole disciplinato solamente da musica e arte.

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Con un album alle spalle classificato dall’Independent come uno tra i migliori 30 del 2017, il visionario ventiseienne ha rilasciato un EP in primavera ed aperto i concerti di icone internazionali come Liam Gallagher e i Kasabian.

Qualche giorno fa ho intervistato Jack per Limonata Mag, di seguito vi riporto la nostra chiacchierata.

Buona lettura.

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MF: Quando hai iniziato a lavorare al progetto Trampolene?
J: Credo di averci lavorato tutta la mia vita, è sempre stato lì, ma la band ha preso forma con il nome Trampolene nel 2013.

MF: Qual è il pezzo di cui sei più orgoglioso?
J: Per quanto riguarda i testi probabilmente “Health and Wellbeing” (interpretata live al Wood Green Job Centre) o “Already Older Than I Dreamed I’d be.”

Per ciò che concerne la chitarra sicuramente il mio pezzo preferito è “Storm Heaven” e sono felice di aver usato nella canzone una frase pronunciatami da mio nonno prima che morisse, era solito dire “Jack pregare non è abbastanza, te devi prendere d’assalto il paradiso”.
Ancora mi fa venire i brividi…

MF: Hai scalato gradualmente la scena musicale britannica accompagnando artisti del calibro di Liam Gallagher, The Libertines, Carl Barat and the Jackals; cosa è cambiato nel corso degli anni?
J: Non è cambiato nulla in realtà, abbiamo perseverato nel tempo e gradualmente il nostro messaggio ha sfondato. Avere il supporto di Liam Gallagher e i The libertines ci ha aiutato ad acquisire sicurezza per andare avanti.

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MF: Che consiglio daresti alle band esordienti?
J: È importante essere se stessi e fare musica per amore .. perchè alla fine della nostra vita, saremo giudicati sull’ amore.

MF: In “To be a Libertine” affermi:
“Something truthful
Something raw
Something worth
Living for “
L’arte che produciamo è un riflesso di noi stessi: pensi che la musica che fai rappresenti la tua missione di vita o semplicemente un mezzo per scoprire meglio te stesso?
J: La musica, le parole e i libri sono tutto nella mia vita…

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MF: Sei passato dal recitare le tue poesie in un contesto intimo ad aprire in tour i live dei The Libertines (con centinaia di persone ndr), è stato difficile prendere consapevolezza di questo cambiamento durante le tue prime esibizioni?
J: È stato divertente … nessuno sapeva chi caspita fossi … prendevo un sacco di “bastonate” dai fan.. c’era uno scambio continuo di battute tra me ed il pubblico e questa dinamica mi divertiva.. poi le poesie hanno iniziato ad assumere una loro vita ed ed è andata avanti così.

MF: Quando si tratta di recitare le tue poesie ti reputi più un libro aperto o tieni per te i tuoi versi più intimi?
J: I momenti privati emergono sempre quando scrivo perché seguo sempre il mio cuore..
Non sono professionale sotto tutti i punti di vista…

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MF: Vivere in camper suonando in tour con i The Libertines, quali sono i tuoi ricordi più cari in questo contesto?
È stata un’esperienza selvaggia come ci si potrebbe aspettare?
J: È probabilmente un’esperienza molto più selvaggia di quanto possiate aspettarvi… è il nostro camper, il nostro universo, le nostre regole e sogni.. niente va come pianificato..

MF: In termini di struttura poetica cerchi di attenerti a uno schema o segui il tuo istinto e scrivi?
J: Tutto inizia dal mio cuore e poi tendo a seguire una struttura… altrimenti mi incasino troppo e inizio a lamentarmi.

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MF: C’è un posto specifico dove ti senti a tuo agio a scrivere?
J: A casa a Swansea… nella mia vecchia camera… con mia madre che mi porta tè e biscotti… ultimamente però mi sono abituato a scrivere ovunque e da nessuna parte.

MF: Come vorresti che i Trampolene fossero ricordati in futuro?
J: Come una di quelle band che hanno ispirato le persone cambiandone le vite (mi piace pensare che lo abbiamo fatto già per alcuni dei nostri ascoltatori).

MF: C’è qualcosa che cambieresti nel tuo percorso fatto fino ad adesso?
J: Mmm… forse vorrei essere stato più “presente” in alcuni momenti significativi…
Ero chiuso nel mio mondo delle favole quando molte cose belle sono successe in passato….
Preferivo pensare al futuro… invece di gioire e abbracciare il presente.

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MF: Quali sono i tuoi piani per il futuro?
J: Non morire e scrivere un altro album.

MF: Hai intenzione di venire a suonare in Italia prima o poi?
J: Si… abbiamo già fatto un concerto i primi di quest’anno e spero di aver la possibilità di ritornare molto presto, amiamo l’Italia e le persone sono così amichevoli e accomodanti. Milano è la nostra nuova città preferita.

MF: Grazie per il tuo tempo Jack, è stato un piacere chiacchierare con te.
J: Grazie per l’attenzione.

Jack
xxx

Intervista originale e traduzione di Maria Francesca Ziti
Revisione di Andrea Varlaro

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