Intervista esclusiva a Craig Dyer dei “The Underground Youth”: decadentismo contemporaneo

Sfumature shoegaze e riverberi onirici convogliano in un flusso di struggente portata introspettiva e comunicativa: gli Underground Youth vengono fondati nel 2008 da Craig Dyer a Manchester, alla formazione della band ben presto si aggiungerà la percussionista Olya  (nonché moglie del frontman) , Leo K. alla chitarra e Max James al basso.

Dalla loro discografia (forte di quattro album composti tra il 2009 e il 2017) trapelano atmosfere intimiste e malinconiche esacerbate da una decisa sonorità baritonale new-wave, tale impostazione si riconferma con successo anche nel loro materiale visivo e in uno stile ben delineato accostabile alle sonorità di “The Jesus and Mary Chain”, “The Brian Jonestown Massacre”, “The Velvet Underground”, ”Joy Division “ e ricco di elementi che riconducono al cinema e alla letteratura russa.

Di seguito le riflessioni di Craig in esclusiva per Limonata Mag, buona lettura!

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MF: Che parole utilizzeresti per descrivere i “ The Underground Youth” e il loro suono ad un ascoltatore che non vi conosce?
C: Credo che descriverei la nostra musica associandola ad una colonna sonora di un film in cui concorrono contemporaneamente dannazione e bellezza.

MF: Quali sono i tuoi ricordi più cari relativi alla tua esperienza musicale?
C: I momenti che non puoi ricreare, le emozioni sul palco e in studio o il nutrire un amore irrefrenabile per qualcosa in cui investi totalmente te stesso.

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MF: Puoi descrivere la produzione dei tuoi primi album da solista?
Dove li hai registrati e che esperienza possedevi in questo campo?
C: Non avevo alcuna esperienza, ho studiato da autodidatta le basi tecniche dell’attrezzatura abbastanza limitata che avevo a mia disposizione in quel momento.
Il mio processo creativo aveva luogo nella mia camera, ed è stata un’esperienza veramente entusiasmante in cui essenzialmente mi sono immerso in me stesso, approntando anche un ipotetico sbocco commerciale per la mia musica.
Non avrei mai immaginato che da ciò potesse poi nascere qualcosa…

MF: Sei passato dal lavorare in solitudine sui tuoi progetti al successivo reclutamento di una band, ti senti completo ora o ritieni che questo modus operandi sia ancora temporaneo?
C: Sono molto soddisfatto della formazione della band attuale; ho la sensazione che sia veramente un gruppo in senso letterale.
Registriamo e prendiamo le decisioni insieme, direi che ci troviamo in una situazione molto gradevole attualmente, ma non si sa mai cosa possa riservare il futuro.

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MF: L’avvento di Internet ha stravolto l’industria musicale, il primo approccio verso l’ascolto di un artista è spesso virtuale piuttosto che live: credi che una “gioventù underground” esista ancora?
C: Credo che esisterà sempre, in qualsiasi forma possa trovarsi.
Si adatta ai cambiamenti ed è sinonimo di costante evoluzione.

MF: Ora risiedi a Berlino, qual è la differenza tra la scena musicale di Londra e quella berlinese? Dove ti senti maggiormente soddisfatto e perché?
C: Nello specifico non saprei commentare la scena musicale Londinese non avendo mai vissuto lì, siamo partiti da Manchester per poi stabilirci a Berlino.
Mi sento molto più felice e artisticamente stimolato qui a Berlino come non lo sono mai stato nella mia vita, è un ambiente molto soddisfacente in cui sperimentare.

 

 

 

MF: Quali Psy band contemporanee suggeriresti di ascoltare?
C: In tutta onestà non ho ancora ascoltato nulla di nuovo di recente, ogni volta che lavoro su un nuovo album tendo ad isolarmi perché il processo creativo mi stravolge molto a livello interiore.

MF: C’è qualcosa che cambieresti nel tuo percorso fatto finora?
C: No, non mi pento assolutamente di nulla.

MF: Hai accompagnato in tour i “The Brian Jonestown Massacre”, com’è stata questa esperienza?
C: È stato fantastico, la musica di Anton ha avuto una grande influenza sulla mia decisione di iniziare a fare il musicista seriamente.
Anton è diventato un nostro caro amico da quando ci siamo trasferiti a Berlino.
È sorprendente a volte come finiscano bene alcune cose.

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MF: Di recente hai pubblicato il tuo singolo “Fill The Void”, ha un arrangiamento ipnotico e una forte cadenza post-punk e baritonale; potrebbe essere  il punto di partenza per una nuova sperimentazione?
In realtà questa release ha un suono totalmente diverso da ciò che stiamo creando nel nuovo album,  questo è il motivo per cui abbiamo deciso di lanciarlo come singolo indipendente.
Le produzioni a cui stiamo lavorando in questo momento stanno andando in tutt’altra direzione.

MF: La prima volta che ho visto il video di “Half Poison / Half God” ho provato un senso di violazione e impotenza; cosa vuoi trasmettere attraverso la tua musica e quale importanza dai ai testi?
C: “Violazione e impotenza”, molto interessante; ciò che intendo trasmettere con la mia musica cambia probabilmente in base alla canzone.
Ai testi affido la massima importanza, come è giusto che sia.

 

 

 

MF: Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
C: Visiteremo il Nord Europa verso ottobre / novembre.
Nel mentre registreremo il nuovo album con l’obiettivo di pubblicarlo all’inizio del prossimo anno.

MF: Hai intenzione di coinvolgere l’Italia di nuovo nel tuo tour?
C: Torneremo in Italia quando inizieremo il tour per il nuovo album, più o meno il prossimo anno.

MF: Grazie per il tuo tempo Craig!
C: Grazie a voi!

 

Intervista originale e traduzione di Maria Francesca Ziti
Revisione di Andrea Varlaro

 

 

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