Intervista esclusiva a Demian Castellanos “The Oscillation”: oltre la psichedelia

“The Oscillation” nasce nel 2006 per mano del polistrumentista britannico Demian Castellanos in seguito a una lunga carriera solista.

L’immaginario psichedelico contemporaneo affonda in un’evoluzione di genere tra sonorità acide e visioni destrutturanti ottenute per mezzo della digitalizzazione: si tratta di uno spettro multiforme che spazia con libertà tra sonorità elettroniche, ritmiche dai bassi pesanti e profonde distorsioni.
Laddove ci si riferisce astrattamente ad una scena psichedelica si compie un errore di valutazione, come sottolinea Catellanos.
Secondo l’artista britannico non esiste più una sottocultura rock psichedelica cristalizzata: ogni band sperimenta un concetto innovativo ed individuale nelle proprie performance.

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MF: Dopo una lunga carriera da solista, nel 2006 decidi di fondare il progetto “The Oscillation”, cosa ti ha spinto a intraprendere questo passo?
D: In molti credono che la mia carriera da solista sia stata lunga per via di una vasta produzione giovanile rilasciata solo recentemente: si tratta di tracce risalenti al periodo del liceo in cui ho poi ho riscoperto vari elementi interessanti.
Sebbene all’epoca ricevessi spesso lettere di rifiuto da parte delle etichette discografiche oggi ritengo che quell’esperienza sia stata molto formativa per il mio percorso.
“The Oscillation” è stato il mio primo progetto ad avere un successo “tangibile”.

MF: Quanto tempo hai impiegato per reclutare i membri della tua band?
D: Senza l’uscita dei primi pezzi avrei indubbiamente impiegato più tempo a trovare dei musicisti; molti di loro erano già miei conoscenti.
Incontrai Tom Relleen quando pubblicai il mio primo album con l’etichetta “DC Recordings”, da allora è sempre stato al basso.

MF: Il nome “The Oscillation” riflette una psichedelia di accordi aridi e fluttuanti, riff acidi e riverberi pesanti; quali sono state le tue principali influenze?
D: Non saprei come categorizzare questo progetto in quanto ha assunto nel tempo delle caratteristiche multiformi tali da consentirmi di sperimentare senza limiti.
Ritengo che nel complesso le mie influenze principali siano state: i primi Pink Floyd, The Stooges, The Velvet Underground, Siousxie And The Banshees, The Cure, Tangerine Dream, i primi due dischi dei PIL, Spacemen 3, Miles Davis…

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MF: Quali sono dal tuo punto di vista le realtà psy rock più interessanti del panorama contemporaneo?
D: L’assenza di rivalità e uno spiccato sperimentalismo identificano l’etica di questa sottocultura tanto che la definizione “scena psy” le porrebbe dei limiti che questa musica ha ormai abbandonato. Ogni band è responsabile di un concept a sé stante; ricordo l’Italia per i Throw Down Bones e i The Gluts sentiti al Fuzz Club Eindhoven Festival dove ne ho potuto apprezzare il suono pesante e rumoroso.
Presso l’Eindhoven Psych Lab, il Liverpool Psych Fest e il Fuzz Club Eindhoven si sono riunite senza ombre di dubbio molte band e personalità degne di nota.

MF: “Wasted Space” è il tuo sesto album, come si distingue dai tuoi album precedenti?
D: Indubbiamente “Wasted Space” si distingue per la sua leggerezza soprattutto se paragonato  a “Monographic”, che è stato il riflesso di un periodo di “tormento interiore”.

MF: Affrontare la vita o evaderla: cosa vorresti idealmente veicolare attraverso la tua musica?
Sono stata profondamente mossa da una tua affermazione: “c’è molto amore ed empatia che protendono verso una dimensione in cui non saremo più soli, in cui non esisteremo indipendentemente gli uni dagli altri”.
Cosa pensi che i tuoi pezzi suscitino negli ascoltatori e cosa generano in te in fase di composizione?
D: Non è semplice equilibrare l’esigenza di stabilità con un innato esistenzialismo che ci spinge ad interrogarci costantemente sul senso della nostra vita e sulle nostre emozioni.
Vorrei che la mia musica diventasse una religione capace di guidare gli ascoltatori proprio come è successo a me in alcuni dei momenti più difficili della mia vita.

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MF: In relazione al tuo nuovo album hai affermato: “stiamo raggiungendo un livello innato”; a cosa pensi quando componi e registri la tua musica?
D: In alcune tracce provo una indescrivibile spinta verso la scoperta di un status umano primordiale.
Ad essere onesto, sto farneticando perché è abbastanza difficile spiegare concretamente cosa intendo.

MF: Dove e come ti vedi nel futuro?
D: Non ne ho la minima idea.

MF: Qual è la tua opinione riguardo il ruolo di Internet nell’industria musicale?
D: Internet ha permesso a moltissimi musicisti di diffondere la propria musica.

MF: Riosservando la tua carriera, c’è qualcosa di cui ti pentiresti?
D: Non mi pento di niente, sono felice di fare la musica che faccio.

 MF: Quali sono i tuoi ricordi musicali più cari?
D: Un momento indimenticabile è stato ascoltare per la prima volta “Playing With Fire” degli Spacemen 3 con i raggi del sole che attraversavano la mia finestra; molti ricordi sono associati all’ascolto di brani musicali.

MF: Hai intenzione di venire in Italia prima o poi?
D: Vorrei tornarci appena possibile visto che è trascorso ormai molto tempo dall’ultima data che facemmo in Sardegna.

Intervista originale di Maria Francesca Ziti
Traduzione di Maria Francesca Ziti

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