Ho parlato con Anton Newcombe di musica e capitalismo

Se dico”Brian Jonestown Massacre”, non posso che pensare all’ipnotico riff di “If love is the drug I want to O.D.”, le tendenze filo-anarchiche del visionario Anton Newcombe e la sua spassionata lotta a un’industria musicale arrivista che mercifica come una mera catena di montaggio.
Laddove il mercato globale impone dei dettami, Anton, leader dei BJSM ed ostinato iconoclasta, risponde con un irriverente no: rifiuta le proposte di Universal, pubblica su YouTube pezzi da ultimare, ma lungimirante non manca mai un colpo.
Le recenti collaborazioni  (dalla mistura shoe-gaze pop-psichedelico) con la tormentata Tess Parks, giovane musicista di Toronto, dimostrano esserne infatti la schiacciante conferma.

Oggi Newcombe ha peraltro messo da parte il suo travagliato rapporto con le droghe e l’alcol producendo per altri artisti nel suo studio a Berlino, dove vive assieme a sua moglie e suo figlio Wolfgang.
Qui, all’età di 51 anni, annega gli echi di vecchie perdizioni con versatili progetti in altre lingue tra cui il Francese.
“Musique de film imaginé” è difatti una colonna sonora per un film immaginario, come ci ricorda il titolo, con cui Anton omaggia il cinema Europeo anni 50 e 60; ospiti di questa esperienza sinfonica sono la cantautrice e polistrumentista francese Soko e l’attrice italiana Asia Argento.

MF: Ciao Anton, come stai e cosa stai facendo in questi giorni?
A: Sto mixando “Lépée”, il mio nuovo progetto parallelo: si tratta di un gruppo di cui faccio parte insieme a Emmanuelle Seigner e Lionel Limiana.
A breve uscirà un EP su 12” e poi un album.

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MF: Si sta di nuovo assistendo al preludio di una squallida epoca storica in cui una politica sovranista soffoca un evoluto matrimonio delle civiltà.
Si parla di muri e si tenta di ergerli; quando la musica ha smesso di agire da atto di resistenza?
A: Sono stanco della modernità: i governi, le persone, la cultura e la sua mancanza non sono più mie preoccupazioni.
Credo infatti che il capitalismo abbia saturato la musica e l’arte con un’insufficienza di ambizione unita a un generalizzato benessere.
Non seguo molto le novità e la vita mondana, sono semplicemente focalizzato su me stesso.
Desidero soltanto che la mia musica riesca ad approdare in nuovi posti e persone.

MF: Sono abbastanza scettica: il digitalismo e la costruzione del sè via social network hanno inciso irrevocabilmente sullo spirito DIY della musica e sulla spontaneità della figura dell’artista.
Cosa ne sarà di tutto ciò ?
A: Nel corso del tempo ogni cosa avrà il suo sviluppo; indubbiamente oggi circolano molti pseudo-artisti e la rapidità con cui questa sedicente musica riesce a diffondersi è spaventosa, la definirei spazzatura per l’anima.
Potrei trascorrere un’intera giornata a disprezzare questo fenomeno, preferisco soffermarmi su ciò che supporto.

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MF: Qual è il tuo ricordo più caro con i Brian Jonestown Massacre?
A: Una volta, durante un nostro concerto al Victoria Park di Londra, scoppiò improvvisamente un temporale.
Dopo qualche minuto smise di piovere e nel cielo comparve un meraviglioso arcobaleno che ci accompagnò per tutto il resto del live.

MF: Stai vivendo a Berlino da un po’, cosa ha questa città che non hai ancora trovato altrove?
A: È sicura e posso sentirmi libero sia dalla stampa che dalle indiscrezioni: nulla mi tocca, posso vivere.

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MF: Hai rifiutato proposte da colossi quali Elektra e Universal per detenere il pieno possesso della tua libertà artistica, pubblicando peraltro nel 1996 tre dei tuoi album migliori.
Adesso hai uno studio dove produci altri artisti: che ruolo gioca il rischio nella musica e cosa è cambiato negli anni?
A: Come potrebbe essere un rischio porre fiducia in te stesso piuttosto che in contratti o proposte standard avanzate da altri?
Non è un segreto che la maggior parte dei progetti firmati da grandi etichette vadano fuori strada.
Desideravo soltanto uno studio e il controllo sui miei progetti, senza curarmi di altro.

MF: Non basterebbe neanche una vita per far capire le proprie parole a una civiltà sorda; i suoni  possiedono una carica emotiva altrettanto comunicativa: dove si inserisce la psichedelia in tale contesto?
A: Per me psichedelia significa espansione, se applichiamo questo concetto alla comunicazione non può che essere d’aiuto, no?

MF: Se potessi “intossicarti” con una sola canzone o album, quale sarebbe?
A: Con la mia canzone “Bring me the head of Paul McCartney on heather mills wooden peg”.

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MF: Cosa dobbiamo aspettarci dai futuri progetti per Brian Jonestown Massacre?
A: Intendo spingermi sempre più oltre.

MF: A che domanda avresti voluto rispondere?
A: Come reagiresti ad un arresto/rapimento di Donald Trump?

Maria Francesca Ziti

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